"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

giovedì 28 gennaio 2021

Papa Francesco e il vaccino per il Covid-19: parole chiare sin dall'inizio della pandemia


“Voce di uno che grida nel deserto…” (cit.) 

GARANTIRE L’ACCESSO UNIVERSALE (3 maggio 2020) 
 “Desidero, nello stesso tempo, appoggiare e incoraggiare la collaborazione internazionale che si sta attivando con varie iniziative, per rispondere in modo adeguato ed efficace alla grave crisi che stiamo vivendo. È importante, infatti, mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l’accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano ad ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie”. (Regina Caeli) 

 SAREBBE TRISTE SE SI DESSE PRIORITÀ AI PIÙ RICCHI! (19 agosto 2020) 
 “Sarebbe triste se nel vaccino per il Covid-19 si desse la priorità ai più ricchi! Sarebbe triste se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione e non sia universale e per tutti. E che scandalo sarebbe se tutta l’assistenza economica che stiamo osservando – la maggior parte con denaro pubblico – si concentrasse a riscattare industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune o alla cura del creato (ibid.). Sono dei criteri per scegliere quali saranno le industrie da aiutare: quelle che contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune e alla cura del creato. Quattro criteri”. (Udienza generale) 

COMBATTERE LA POVERTÀ FARMACEUTICA (19 settembre 2020) 
 “La recente esperienza della pandemia, oltre a una grande emergenza sanitaria in cui sono già morte quasi un milione di persone, si sta tramutando in una grave crisi economica, che genera ancora poveri e famiglie che non sanno come andare avanti. Mentre si opera l’assistenza caritativa, si tratta di combattere anche questa povertà farmaceutica, in particolare con un’ampia diffusione nel mondo dei nuovi vaccini. Ripeto che sarebbe triste se nel fornire il vaccino si desse la priorità ai più ricchi, o se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella Nazione, e non fosse più per tutti. Dovrà essere universale, per tutti”. (Ai membri della Fondazione “Banco Farmaceutico”) 

SE BISOGNA PRIVILEGIARE QUALCUNO, CHE SIA IL PIÙ POVERO (25 settembre 2020) 
 “La pandemia ha messo in evidenza l’urgente necessità di promuovere la salute pubblica e di realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base. Pertanto, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati. E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche” (Videomessaggio per la 75ma Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite) 

ACCESSO A PRESCINDERE DAL REDDITO (7 ottobre 2020) 
 “In modo analogo, quando i vaccini sono disponibili, occorre garantire un giusto accesso ad essi a prescindere dal reddito, partendo sempre dagli ultimi. I problemi globali che stiamo affrontando esigono risposte cooperative e multilaterali. Le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Oms, la Fao e altre, che sono state istituite per promuovere la cooperazione e il coordinamento globale, devono essere rispettate e sostenute di modo che possano realizzare i loro obiettivi a beneficio del bene comune universale”. (Messaggio ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze) 

ASSISTERE TUTTI COLORO CHE SONO PIÙ POVERI E PIÙ FRAGILI (8 dicembre 2020) 
 “Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili”. (Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace) 
 
PROMUOVERE LA COOPERAZIONE E NON LA CONCORRENZA (25 dicembre 2020) 
 “Oggi, in questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia, appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini. Ma perché queste luci possano illuminare e portare speranza al mondo intero, devono stare a disposizione di tutti. Non possiamo lasciare che i nazionalismi chiusi ci impediscano di vivere come la vera famiglia umana che siamo. Non possiamo neanche lasciare che il virus dell’individualismo radicale vinca noi e ci renda indifferenti alla sofferenza di altri fratelli e sorelle. Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!” (Messaggio Urbi et Orbi) 

CHI CI RACCONTERÀ L’ATTESA DI GUARIGIONE NEI VILLAGGI PIÙ POVERI? (23 gennaio 2021) 
“Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza”. (Messaggio per la 55ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali)

sabato 23 gennaio 2021

Siamo tutti giornalisti: andare, vedere e raccontare. La comunicazione è persona


Siamo in qualche modo tutti giornalisti. Quantomeno è ciò che siamo diventati oggi nell’epoca della disintermediazione (flussi costanti di informazione che viaggiano su innumerevoli multi-piattaforme accessibili a tutti, sia come recettori che come produttori). 

In quanto tali, è questo lo spirito con cui dobbiamo rapportarci alle vite di chi ci circonda, alle storie a cui assistiamo: “uscire da noi stessi”, “consumare le suole delle scarpe”, per “andare a vedere”, imparare “ad ascoltare”, superare i pregiudizi, evitando di “trarre conclusioni affrettate”. Per capire ci vuole tempo, e non bisogna farsi “distrarre dal superfluo”. 

Bisogna coltivare l’artigianato della verifica, perché è fondamentale saper “distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità”. Riassumerei in queste poche battute – che sono prese dalla preghiera finale - l’essenza del Messaggio di Papa Francesco per la 55ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, che si celebra come ogni anno il 24 gennaio, Festa di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti. 

È dedicato a “loro” questo messaggio, all’importanza del loro lavoro, alla dinamica di una professione che ci è tanto cara e che purtroppo non si è sempre dimostrata all’altezza del proprio compito, per innumerevoli ragioni. Ma c’è di più: quelle “prerogative” che un tempo appartenevano a chi avrebbe avuto tempi e modi per “perseguire la verità” oggi sono – e devono essere – prerogative di tutti, a maggior ragione per un cristiano che si dice amico delle persone e amico della verità. 

“Vieni e vedi” è l’input da cui parte il Messaggio, e sono le parole che Gesù rivolge a chi gli chiedeva “approfondimenti”, “anticipazioni” rispetto alla possibilità di seguirlo in una missione che poi era fondamentalmente incontro con le persone, con la carne viva di quelle prime comunità che hanno avuto l’opportunità di conoscere da vicino il Messia. 

Esserci e osservare sono i capisaldi della professione informativa: non si parla per sentito dire, per interposte dichiarazioni, si va e si vede, si verifica e poi si racconta. È questa la dinamica che ci rende veramente partecipi di ciò che accade intorno a noi. 

Ed è questo lo scopo dell’informazione e della comunicazione al servizio delle persone, a cominciare dal servizio a sé stessi: la possibilità di prendere una decisione con libertà, perché si è potuti avere a disposizione tutti gli elementi di conoscenza necessari a formarsi un’opinione. Ce lo garantisce anche la nostra Costituzione italiana. 

La comunicazione siamo noi, è fatta da noi e deve servire a noi. Il Papa lo spiega molto chiaramente in questo ultimo Messaggio ai comunicatori. Non basta dunque lamentarsi che le cose non vanno bene, che i giornali non fanno il loro dovere, che i social hanno moltiplicato le situazioni di “smarrimento”, attribuendo sempre ad un “ente” fondamentalmente astratto quelle responsabilità che invece abbiamo cucite addosso, perché si tratta delle nostre storie, delle nostre vite. E non sarà mai certo lo strumento, il mezzo, a fare ciò che invece compete a noi esseri pensanti in carne ed ossa: andare e vedere, ascoltare e verificare, quindi raccontare, condividere ciò che abbiamo realmente visto, approfondito e conosciuto. 

È un appello personale, rivolto a ciascuno: andare laddove nessuno vuole andare, vedere ciò che nessuno vuole vedere, approfondire ciò che nessuno vuole approfondire, raccontare ciò che spesso nessuno racconta. È responsabilità di tutti, perché quel “nessuno che voglia fare qualcosa” è ognuno di noi. 

Di fronte alla verità, di fronte all’importanza di conoscere, di far sapere, di diffondere soprattutto il bene non devono esserci scappatoie. Gli esempi non mancano – c’è chi continua a dare la vita, con coraggio, per denunciare soprusi e ingiustizie, e il Papa lo ricorda – ma non mancano neppure i mezzi, le possibilità. 

La chiave in definitiva è incontrare le persone laddove vivono, soffrono e sperano. E le persone siamo noi, i nostri sguardi, i nostri gesti e la nostra voce. Ma anche il nostro cuore, desideroso di lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato, raccontando con onestà “ciò che abbiamo visto”.

Giovanni Tridente

giovedì 29 ottobre 2020

La "Fratelli tutti" secondo me: complessità, azione e sogno


Leggendo il testo dell’Enciclica "Fratelli tutti" di Papa Francesco, mi sono rimaste impresse tre parole in particolare.

La prima è complessità: essa non è intesa in senso meccanico, ma come la serie di fenomeni che riguardano l’umanità; PapaFrancesco entra in questa complessità che caratterizza l’uomo sviscerando tutte le questioni e le implicazioni che hanno a che fare con la vita di ognuno di noi e il nostro rapporto con la vita degli altri.

La seconda parole è azione: dobbiamo darci da fare! Ciascuno con le proprie competenze e secondo le proprie responsabilità deve cercare di fornire luce a questo mondo pieno di situazioni da rivedere e da aggiornare; tale azione, secondo me, ha a che fare con la collettività (a darsi d fare devono essere governi e nazioni) e con la responsabilità individuale a cui è chiamato ogni individuo di buona volontà. D’altronde, è questo il senso dell’enciclica: una lettera circolare che non è solo per la Chiesa, ma che si rivolge a tutti coloro che guardano al mondo in prospettiva.

La terza parole è sogno: sognare con speranza, possiamo riuscirci!

BENE COMUNE

Questa Enciclica è un ottimo vademecum che sintetizza la visione della Chiesa rispetto al bene comune; non a caso è detta "sociale", perché riassume la Dottrina Sociale della Chiesa con riferimenti anche al Magistero precedente ("Deus Caritas Est" di Benedetto XVI e "Centesimus Annus" di Giovanni Paolo II) e in continuità con quest’ultimo. Consiglierei a tutti, sia capi di stato che di governo che ad ogni cittadino, di leggerla; non tanto per una questione di adesione a dei principi di fede, ma per la volontà di costruire una società migliore.

Citando Giovanni Paolo II, se dovessi riassumere in un titolo la “Fratelli tutti” ricorrerei alla sua famosa espressione rivolta ai cittadini romani: Damose da fa'. È una chiamata alle armi - se vogliamo - perché il mondo soccombe per tante situazioni e tocca a noi cambiarlo: diamoci da fare!

LA COMUNICAZIONE E IL DIALOGO

Già nella "Christus vivit", dedicata ai giovani, Papa Francesco invita a non ridurre la comunicazione a strumento, ma a farci noi stessi comunicazione, perché in fondo lo siamo.

Questa Enciclica tratteggia poi, secondo me in maniera molto chiara, l’elemento del dialogo. C’è una rivoluzione di intenti rispetto a questa parola: il dialogo prende in considerazione anche ciò che l’altro ha da dire e che può servire a me per comprendere meglio il mondo. È un aspetto fondamentale che ci deve animare ad avviare questi percorsi di relazione con gli altri e nello stesso tempo a superare tutti i cattivi usi nella rete: evitare i monologhi cercando dall’altro qualcosa di utile per me e per la società tutta.

Il Vangelo propone una parola chiave: l’amore. Amore non inteso come puro sentimentalismo, ma come il farsi prossimo a chi è accanto e che vive in situazioni lontane dalla nostra comodità. È questa la chiave con cui cambiare il mondo: lo insegna la Chiesa da 2000 anni e in questa Enciclica il metodo è offerto nel secondo capitolo con la parabola del buon samaritano.

Bisogna occuparci di coloro a cui, in primis, non daremmo credito: è questo che fa il buon samaritano.

Giovanni Tridente

domenica 4 ottobre 2020

"Fratelli tutti": nel giorno del Poverello di Assisi, ecco la terza Enciclica di #PapaFrancesco sulla fraternità e l'amicizia sociale


Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli. Queste parole, pronunciate da Papa Francesco nella solitudine di Piazza San Pietro, in quella sera del 27 marzo nel pieno della pandemia, quando milioni di occhi vi assistevano soltanto attraverso i mezzi di comunicazione collegati in mondovisione, assumono oggi un significato ancora più delineato se non profetico. 

Il 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi, viene infatti consegnata al popolo fedele (e a tutti gli “uomini di buona volontà”) la nuova Enciclica (“lettera circolare”) del Santo Padre, intitolata proprio Fratelli tutti e legata ai temi della fraternità e dell’amicizia sociale, come si legge nel sottotitolo.


Come consuetudine, questo tipo di documento magisteriale prende il nome dall’incipit del documento, e anche questa volta, come era avvenuto per la Laudato si’, Papa Francesco si è ispirato al Santo Patrono d’Italia, e in particolare alla frase contenuta nelle Ammonizioni, 6, 1: FF 155: Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Fraternità, intesa come appartenenza alla stessa creazione, lascia dunque intravedere un legame inevitabilmente a doppio filo con la precedente Enciclica, incentrata “sulla cura della casa comune”. 

Una particolarità di questa Lettera sarà il fatto che il titolo rimarrà inalterato nell’originale italiano anche nelle altre traduzioni in cui sarà diffusa. E con “fratelli tutti” il riferimento è evidentemente a tutto il genere umano, legato da questo rapporto poiché “tutti” Figli dello stesso Padre.


Ci sarebbero tante cose da dire su quanto sia centrale il tema della fraternità nel Magistero di Papa Francesco, a cominciare da quel suo primo pronunciamento dalla Loggia di Piazza San Pietro, la sera stessa dell’elezione: Fratelli e sorelle, buonasera!

E poi il primo viaggio – drammatico – fuori dai confini del Vaticano a quattro mesi dall’elezione, nell’isola di Lampedusa, teatro di tante tragedie legate al fenomeno delle immigrazioni forzate, con centinaia di morti in mare che portarono Papa Francesco a dire: «Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue?… Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?».

L’anno dopo, l’8 giugno 2014, la stretta di mano tra i presidenti israeliano e palestinese nei Giardini vaticani con la parola “fratello” a fare da “chiamata a spezzare la spirare dell’odio e della violenza” tra i popoli e “proclamare” la pace. E poco più di un anno fa, il 4 febbraio 2019, la firma della “Dichiarazione sulla fratellanza umana” ad Abu Dhabi con quel forte invito a riscoprirsi fratelli per promuovere insieme anche qui la giustizia e la pace, garantendo i diritti umani e la libertà religiosa.

Nel segno del “Poverello di Assisi”, da cui Jorge Mario Bergoglio ha preso il nome da Papa, lo sarà anche questa terza Enciclica, presso la cui tomba il Pontefice la firma, e non suoneranno affatto estranee parole come povertà, ecologia, fraternità, giustizia sociale, contemplazione del creato, vicinanza agli ultimi, interesse per ogni uomo e per tutto l’uomo.

Lo spartiacque della pandemia

C’è evidentemente uno spartiacque nel magistero di Papa Francesco, che non può essere ignorato ma perché non può essere ignorato quanto siano cambiate le abitudini e le esigenze di tutta l’umanità, da molti mesi costretta a combattere l’insidiosità e la pericolosità di una pandemia che ha mietuto già molte vittime. 

Dal quel 27 marzo in Piazza San Pietro, solo e claudicante sotto la pioggia, Papa Francesco non ha smesso di mostrare come l’emergenza sanitaria sia una dimostrazione di ciò che profondamente ci lega come esseri umani, e cioè l’appartenenza alla stessa famiglia esistenziale, la imprescindibile “connessione” con tutto il resto del creato e la necessità di prendersene cura, anche se profeticamente lo aveva “diagnosticato” già cinque anni fa con la Laudato si’. Da questo “tutto nel mondo è intimamente connesso”, evidentemente scaturiscono le comuni conseguenze negative, ma anche l’approccio e la sfida a migliorarsi e a migliorare tutto ciò che ci circonda, per il bene nostro e di chi ci è simile.

La Chiesa è stata in prima linea e l’appello – costante – del Papa a prendersi cura di chi rimaneva indietro ha generato molteplici percorsi di solidarietà e sostegno. Adesso è il momento di “passare all’incasso”, di rendere quella solidarietà estemporanea qualcosa di duraturo e sistematico, per una ragione di fedeltà al Vangelo e alla chiamata ricevuta con il Battesimo.

Per queste e altre ragioni, anche allo scopo di dare un contributo concreto a vedere oltre il proprio naso e a estendere lo sguardo oltre l’immediatezza del proprio “tornaconto”, alla ripresa della pausa estiva, il Papa ha iniziato una serie di catechesi del mercoledì (Udienze generali) incentrate sulla necessità e urgenza di “guarire il mondo” ferito dalla pandemia, attingendo alla grande ricchezza della Dottrina Sociale della Chiesa. Lo aveva già ripetuto all’inizio della pandemia e insiste nel dirlo: da una crisi si esce migliori o peggiori, sta a noi fare di tutto per uscirne migliori. 

Guardando dunque alle ultime Udienze – che dal mese di settembre prevedono anche la presenza di fedeli, seppur nel più contenuto Cortile di San Damaso, a cui si accede rispettando le precauzioni sanitarie previste – ci sono alcune parole chiave che si intrecciano a doppio filo con la necessità di uscire migliori dalla crisi, ma anche se vogliamo “più generosi”, “più umani” e quindi “più fratelli”.

Fede, speranza e carità

Sicuramente, la pandemia ha messo allo scoperto le nostre vulnerabilità come esseri umani, e il primo antidoto per non soccombere di fronte alle difficili sfide che ci aspettano è avere uno sguardo di fede, per poter così sperare in un “Regno di guarigione e di salvezza” che si rende inevitabilmente presente nella nostra epoca attraverso gesti di carità. Il punto di partenza sono dunque per il Papa le tre virtù teologali con lo sguardo fisso sull’esempio di Gesù, e grazie ad esse ciascun battezzato può “assumere uno spirito creativo e rinnovato” per “trasformare le radici delle nostre infermità fisiche, spirituali e sociali”.

Per essere concreti, il Papa evidenzia quelli che sono i principi che in forme diverse esprimono le virtù teologali e possono aiutare a preparare un futuro più roseo. Sono tutti legati alla tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa e interpellano dirigenti e responsabili della società: dignità della persona, bene comune, opzione preferenziale per i poveri, destinazione universale dei beni, solidarietà, sussidiarietà, cura della nostra casa comune. 

Su ciascuno di questi principi il Papa ha dunque riflettuto nel corso delle ultime Udienze, allo scopo di consentire a tutti di “recuperare la vista” e “riscoprire cosa significa essere membri della famiglia umana” e prendersi cura di tutto ciò che in un certo senso ci riguarda.

Contemplazione

Una ulteriore parola che il Pontefice ha ripetuto con frequenza è quella della contemplazione, che insieme a cura rappresentano due attitudini “per correggere e riequilibrare la nostra relazione come essere umani con la creazione", una relazione che possa essere "fraterna" anche se in senso figurato, come ha detto in una delle ultime udienze.

La contemplazione permette da una parte di riconoscersi come parte della creazione e dall’altra di “tutelare” in un certo senso anche tutti gli altri membri della stessa, “la persona con tutta la sua ricchezza". E c’è una legge che vale sempre: “Chi sa contemplare, più facilmente si metterà all’opera per cambiare ciò che produce degrado e danni alla salute”.

Insomma, "contemplare per curare, contemplare per custodire, custodire noi, il creato, i nostri figli, i nostri nipoti e custodire il futuro", ha spiegato Francesco, ben sapendo que non si tratta di delegare solo ad alcuni, poiché è una missione che riguarda “ognuno di noi”, tutti fratelli.

Articolo apparso in lingua spagnola sul numero di ottobre della Revista Palabra.

venerdì 3 luglio 2020

La Chiesa e la comunicazione nel post Covid-19


Da più parti ci si chiede come sarà il mondo dopo la pandemia di Covid-19 e un aspetto fondamentale di questa riflessione non può che riguardare la comunicazione, che mai come in questa emergenza sanitaria mondiale ha dimostrato tutta la sua centralità. E non poteva essere altrimenti, dato che ogni uomo è oggi un media, tutti siamo interconnessi e non è più concepibile considerare l’umanità scissa dalla comunicazione, soprattutto a partire dall’avvento di Internet[1].

 

Tutto ciò fa il paio evidentemente con un sovraccarico informativo, la moltiplicazione di piattaforme, la generazione costante di iniziative editoriali che provocano uno stress sociale in cui si insinua il tarlo della disinformazione, che va a scapito della libertà della stessa cittadinanza, in quanto non le consente di prendere delle decisioni consapevoli e veramente utili.

 

La Chiesa – le comunità ecclesiali – non può esimersi da considerare tutti questi elementi, ma al tempo stesso non può stare alla finestra a guardare lasciando che la tempesta passi. Maestra di umanità, essa può invece inserirsi in questo flusso ormai irrefrenabile e continuare a fare la propria parte da protagonista. A partire da tutto quanto dimostrato dall’emergenza per il Covid-19, ritengo che ci siano almeno 3 fronti su cui impostare il lavoro comunicativo del futuro: vicinanza, fiducia e vocabolario.

 

1. Stare vicino

 

Nell’intervista rilasciata all’inizio della Settimana Santa di quest’anno a The Tablet, Papa Francesco ha detto chiaramente che la sua principale preoccupazione per il dopo Covid era quella di trovare i modi per “stare vicino”[2] al popolo di Dio.

 

Tra le principali vittime della solitudine ci sono sempre stati innanzitutto gli anziani, e la pandemia lo ha evidenziato in maniera ancora più forte e purtroppo drammatica[3]. Papa Francesco aveva visto lungo anche in questo, tanto è forte il richiamo che da sempre rivolge sull’attenzione alla popolazione della terza età nella sua predicazione. Dovranno perciò essere loro i pubblici privilegiati della vicinanza della Chiesa, anche sul piano comunicativo, per stimolare la società a rendersi conto di questo speciale tesoro – “le radici”, come le chiama Papa Francesco – che per troppo tempo ha messo all’angolo, e che il Coronavirus ha addirittura fatto evaporare falcidiando le vite di migliaia di nonni.

 

Legato a ciò c’è la vicinanza da mostrare ai ragazzi, coloro che da queste radici avrebbero dovuto trarre la linfa per diventare uomini nella società, e con loro alle famiglie, la dimora dove trascorrono il loro tempo e ricevono i principali insegnamenti.

 

C’è da mostrare inoltre vicinanza al mondo dell’educazione, dalle scuole dell’infanzia alle Università, e quindi agli insegnanti che ne sono il motore, perché è la scuola che insieme alla famiglia consente a una società di gettare le fondamenta qualitative del suo domani[4].

 

Infine c’è il mondo dell’impresa e del lavoro, altra vittima di questa pandemia, che dovrà rimettersi in sesto anche per generare un futuro economico per le popolazioni. Solidarietà, educazione e lavoro, dunque, come temi pienamente in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa.

 

2. Fiducia

 

Come istituzione la Chiesa dovrà riacquistare la fiducia del suo Popolo, e ciò si collega strettamente con il tema della vicinanza di cui sopra. Più sono veramente vicino alle persone più acquisisco credibilità e termino per essere considerato partner affidabile nelle sfide che la storia mi presenta.

 

Il principale modo per trasmettere fiducia attraverso la comunicazione è quello di mostrarsi innanzitutto competenti: si parlerà soltanto di ciò che si saprà a fondo, perché studiato nei dettagli ed elaborato con perizia.

 

L’altro elemento è quello dell’onestà, che fa il paio con la trasparenza, cioè il comunicare in maniera limpida, anche le proprie vulnerabilità, senza nascondere nulla perché diversamente questo genera nei “pubblici” considerazioni non proprio piacevoli.

 

Infine bisognerà mostrarsi affidabili: pochi dati ma certi e di qualità, poche parole ma veritiere e chiare, pochi piani, ma tutti realizzabili, massima disponibilità a dare supporto e ad assistere. E questo sarà di conseguenza un modo concreto per superare lo scoraggiamento del proprio popolo, che in questo momento è molto ferito e abbastanza abbattuto. Il tutto andrà promosso con grande positività e vero senso di comunità.

 

3. Le giuste parole

 

Sappiamo benissimo del sovraccarico informativo in cui ci troviamo, e non serve aggiungere altro, però abbiamo molto da fare per quanto riguarda il ripristino del giusto vocabolario. Le parole possono essere come pietre, possono ferire, possono disorientare. Anche la loro assenza lo può fare. Ecco perché c’è bisogno di trovare “parole consapevoli”, che siano giuste per il contesto in cui si comunica. Parole veritiere, mai banali, però puntuali, vicine, concrete, umane, non sofisticate[5].

 

Potrà essere difficile riuscire nell’impresa se saremo costretti ancora per qualche tempo a comunicare quasi solo in forma mediata, privi dell’ausilio della voce e delle espressioni del corpo, a rischio costante di fraintendimento. Ma la lezione che ci insegna questa emergenza è proprio quella di imparare a trovare le parole giuste, cucite addosso alle situazioni, mai superflue, immagine delle nostre vere intenzioni, grandi canali di pura testimonianza verso interlocutori attenti e desiderosi di ascoltare.

 

Articolo apparso su L'Eco di Bergamo il 25 giugno 2020


[1] Cfr. Filippo Ceretti, Massimiliano Padula, Umanità mediale. Teoria sociale  e prospettive educative, Edizioni ETS, Roma 2016; Giovanni Tridente, Bruno Mastroianni (a cura di), #Connessi. I media siamo noi, Edusc, Roma 2017.

[2] Cfr. Austen Ivereigh, Pope Francis says pandemic can be a ‘place of conversion’, “The Tablet”, 8 aprile 2020: https://www.thetablet.co.uk/features/2/17845/pope-francis-says-pandemic-can-be-a-place-of-conversion-.

[3] AA.VV., Coronavirus. Oms: in Europa strage nelle case di riposo. I casi di Francia, Spagna e Uk, “Avvenire”, 23 aprile 2020: https://www.avvenire.it/mondo/pagine/oms-in-europa-meta-dei-morti-nelle-case-dei-riposi.

 

[4] Cfr. Dario Antiseri, Più libertà per una scuola migliore, Rubettino, Soveria Mannelli 2020: https://www.store.rubbettinoeditore.it/piu-liberta-per-una-scuola-migliore.html?___SID=U.

[5] Cfr. Vera Gheno, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Einaudi, Torino 2019.



mercoledì 29 aprile 2020

"Abbracciamo la speranza": 11 donne rileggono Papa Francesco per il dopo coronavirus


Ad un mese esatto dalla preghiera-meditazione di Papa Francesco, celebrata in mondovisione il 27 marzo in una deserta Piazza San Pietro – immagini che rimarranno a lungo nella memoria collettiva – 11 donne di differenti professioni e vocazioni rileggono quelle parole del Pontefice in prospettiva futura, provando ad aprire nuovi spiragli di luce per l’umanità ferita dalla pandemia di Covid-19 mentre inizia la cosiddetta “fase 2”.

11 testimonianze “a caldo”, contenute nell’instant ebook Abbracciamo la speranza, diffuso in rete gratuitamente e curato da Giovanni Tridente, docente di giornalismo alla Pontificia Università della Santa Croce.

“Anche oggi attendiamo una ‘resurrezione’ più laica, che ci faccia ritornare alla ‘normalità’ delle incombenze che ci tenevano impegnati prima del coronavirus. Eppure vivremo una storia ‘trasfigurata’, un risveglio da ripensare e reinventare – scrive Tridente nell’introduzione al libro –. Chi meglio delle donne ci potrebbe accompagnare in questa nuova ‘visione’ di mondo, per non soccombere ma guardando l’orizzonte con occhi rinnovati?”.

A rileggere le parole del Papa – gli undici paragrafi che compongono la preghiera meditazione del 27 marzo –, la filosofa Flavia Marcacci, la psicoterapeuta Francesca D’Arista, l’infermiera Marta Ribul, che si sta occupando dall’inizio della pandemia dei malati di Covid-19 ricoverati nell’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, la pediatra Rosanna Mariani, che opera nella struttura Covid di Palidoro dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, l’imprenditrice sociale Luciana Delle Donne, la sociolinguista Vera Gheno, la scrittrice e HR stategist Tatiana Coviello, l’abadessa del Monastero delle Cappuccine di Napoli suor Rosa Lupoli, la giornalista Francesca Folda, la professoressa Chiara Giaccardi dell’Università Cattolica di Milano e la speaker Assunta Corbo.

La premessa è affidata al sociologo e docente universitario Massimiliano Padula, mentre il filosofo e social media manager Bruno Mastroianni ha scritto la postfazione.

L’immagine di copertina è ricavata da un dipinto di Filippo Mariani, con questa didascalia: "Noi... il nostro abbraccio travolto dalla tempesta... la primavera e il suo profumo... un sogno, il risveglio e la speranza". La realizzazione grafica del volume è di Liliana Agostinelli.

Il libro si trova all’indirizzo www.abbracciamolasperanza.it ed è distribuito con licenza Creative Commons: si può condividere liberamente ma senza scopi commerciali e senza modificarlo.

martedì 3 marzo 2020

I 7 anni di pontificato di Papa Francesco secondo me...

Versione in italiano dell'intervista rilasciata a Drazen Kustura sul settimanale di Sarajevo Katolički tjednik, in uscita il 3 marzo 2020 [Disponibile QUI]


D - Egregio professore Tridente, sette anni fa, i cardinali hanno eletto papa Francesco come successore di san Pietro. Secondo Lei, quali sono le principali caratteristiche del suo pontificato?

R - Non è semplice riassumere in poche battute le caratteristiche di questo pontificato, che seppur iniziato di recente ha avviato una serie di processi in tanti campi, a cominciare dalla riforma della Curia Romana, che erano stati richiesti proprio dalle Congregazioni generali dei Cardinali in sede di Conclave. Tuttavia, volendo essere sintetici ma pragmatici, direi che questo è un pontificato a forte trazione pastorale, che intende ricondurre all’essenziale gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso una vicinanza concreta di ogni pastore d’anime. E in questo Papa Francesco è il primo – dal primo giorno – a dare l’esempio, proprio come Vescovo di Roma e quindi della Chiesa universale. In questa nostra epoca lo Spirito Santo, attraverso la guida che è il Successore di San Pietro, sta dunque dando alla Chiesa una impronta missionaria, che ha come conseguenza una reale “incarnazione” del messaggio evangelico nella vita della gente.

D - Dall'inizio del suo servizio, Papa Francesco ha convinto molti con la sua semplicità. Quanto è cambiata la percezione esterna della Chiesa con il suo pontificato, specialmente in Italia e poi nel mondo?

R - Più che la percezione esterna della Chiesa direi che è cambiato il mondo. In pochissimi anni, grazie anche al frenetico sviluppo tecnologico e all’avanzare dei social con il continuo popolamento di questo ambiente da fette sempre più numerose di popolazione, ci siamo scoperti tutti “intimamente connessi”, come afferma Papa Francesco in Laudato si’. Ciò ha portato anche la Chiesa a parlare con maggiore incidenza nelle questioni che più interessano la vita delle persone. C’è anche da dire che la stessa nostra epoca vive una crisi di leadership molto forte, quindi ha una grande necessità di personalità carismatiche, che possano aiutare ad affrontare meglio le grandi instabilità sociali, culturali e anche personali che ci troviamo a vivere. Una personalità forte come Papa Francesco – forte proprio perché semplice e genuino nella sua quotidianità e vicinanza umana –, è ciò che oggi sembra rispondere meglio a questa fame di senso.

D - Molti diranno che Francesco è un buon comunicatore e che i media lo adorano. Eppure, a volte, i media hanno trasmesso in modo sensazionale alcune delle sue dichiarazioni, presentandole con nuovi insegnamenti della Chiesa. Quanta verità c'è? Il Papa ha introdotto una nuova dottrina?

R - Anche in questo caso direi che il focus va orientato proprio sui comunicatori e sugli operatori dell’informazione piuttosto che sul Papa o sulla Chiesa. Nel senso che, con molta frequenza assistiamo a “travisazioni” del messaggio del Pontefice, principalmente perché non viene acquisito con la giusta attenzione – e quindi semplificato per ragioni di velocità e immediatezza; secondariamente, perché si preferisce la via breve del sensazionalismo, che casomai fa vendere più copie e porta più click ma porta ad omettere la trasmissione di un contenuto coerente e vero, che all’opposto richiede tempo di studio, giusta analisi e qualificata contestualizzazione. Il problema dunque non è tanto del Papa ma di chi mette nella bocca del Papa parole e argomentazioni che o non ha pronunciato o addirittura ha spiegato in maniera opposta. Tra l’altro, questo non è solo un cattivo lavoro che si fa alla Chiesa ma alla verità e alla società intera.


D - L'attuale Santo Padre sembra avere il maggior numero di nemici nella gerarchia della Chiesa. Si parla spesso di due correnti: conservatrice e progressista. Come concilia queste due posizioni? Francesco è un progressista che si discosta dalla tradizione ecclesiale?

R - Cadere nel tranello della semplificazione per categorie, tra l’altro superate abbondantemente anche storicamente, potrebbe indurre in una valutazione falsata del fenomeno. A mio giudizio esiste, da una parte, la reale coerenza del magistero di Papa Francesco rispetto a quello dei predecessori, e con tutta la tradizione ecclesiale per quanto riguarda i cardini dottrinali dell’insegnamento della Chiesa. Dall’altra parte esistono delle reazioni scomposte che apparentemente hanno a che fare con una presunta preoccupazione per la “conservazione del deposito di fede” ma che scavando in profondità nascondono altri tipi di ragioni, spesso politiche o addirittura dovute ad un “potere” perduto. In mezzo a tutto questo, le vere vittime sono le anime semplici di chi è estraneo a logiche politiche eppure assiste ad uno spettacolo indecoroso che mette in dubbio l’autorità morale di oltre un miliardo di fedeli. Detto ciò, è comunque chiaro che queste continue “mine” non praevalebunt.

D - In relazione alla domanda precedente, sembra che i tradizionalisti aderiscono a Benedetto XVI e i progressisti a Francesco. C'è una grande differenza tra loro due o no?

R - Mi riallaccio alla risposta precedente e aggiungo che proprio Benedetto XVI aveva invitato a superare “l’ermeneutica della discontinuità” parlando invece di “ermeneutica della riforma”, di una sorta di rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, riferendosi al Concilio Vaticano II e – guarda caso – al doppio registro che aveva avuto il racconto di quella importante assise conciliare nell’ambito dei mass media. È inevitabile che in persone diverse per provenienza, cultura, esperienze e impegni anche in seno alla stessa Chiesa vi siano delle differenze di approcci, abitudini, modus operandi, ecc. Ma ciò che è chiaro, e ciò che veramente interessa quando si parla di insegnamenti pontifici, è proprio questa continuità magisteriale, che pur con le dovute differenze di “attuazione pratica” potremmo dire, permane nel tempo, anzi si accresce ogni giorno di più, in fedeltà alla Tradizione, alla Parola di Dio e a tutto il Magistero precedente.

D - Molti hanno atteso con impazienza la pubblicazione della Esortazione Apostolica post-sinodale 'Querida Amazonia'. Prima di tutto, a causa di due domande: viri probati e ordinazione delle donne. Dal momento che il Papa non ha portato nulla di nuovo, si può concludere che si tratta di una "vittoria" per i tradizionalisti?
R - Qui bisogna domandarsi: per cosa era stato convocato il Sinodo sull’Amazzonia? Non certo per rispondere a quelle due domande che lei cita, che sono venute fuori più da una preoccupazione esagerata o da una semplificazione mediatica che altro. Certo, dopo aver creato presunte aspettative, è stato facile “posizionarsi” a favore e contro aperture o chiusure che però non erano esattamente all’ordine del giorno. Finalmente, con l’Esortazione apostolica "Querida Amazonia", scaturita dal cuore orante del Santo Padre – come lui stesso ha scritto –, si è messo anche fine a una serie di speculazioni che hanno dimostrato non avere alcuna ragione di fede o dottrinale, ma che restano legate a categorie politiche. Per non cadere anche noi nel rischio della semplificazione dobbiamo allora prendere tra le mani questo importante documento e meditarlo ogni giorno. Credo che sia un vero gioiello spirituale che il Papa consegna ancora una volta a tutta la Chiesa.


D - La Chiesa in Germania iniziò il Sinodo mettendo enfasi su fatto che non avrebbe rispettato ciò che il Papa aveva suggerito loro. Cosa ci si può aspettare da questo Sinodo? È questa la più grande sfida del pontificato di Francesco?

R - Non conosco la situazione della Chiesa in Germania né ho seguito la vicenda da vicino. Ricordo però che a fine giugno dello scorso anno Papa Francesco ha inviato una Lettera a tutti i fedeli tedeschi in vista di questo appuntamento sinodale e ha invitato a guardare sempre alla prospettiva dell’unità della Chiesa. Infatti, in quella occasione il Papa scrive “Ogni volta che una comunità ecclesiale ha cercato di uscire dai suoi problemi da sola, affidandosi soltanto alle proprie forze, metodi e intelligenza, ha finito per moltiplicare e alimentare i mali che voleva superare”. Quindi, come il Santo Padre, anche io penso che bisogna procedere con saggezza e dare sempre la centralità delle nostre azioni allo Spirito Santo. Quanto alle vere sfide, mi preoccuperei di quelle che ognuno di noi è chiamato a vincere e così diventare veramente dei “portatori sani” di Vangelo.

D - Recentemente, film e serie sul papato sono stati ri-registrati (I due papi, Il giovane papa, Il nuovo papa ...). Sebbene sia una questione di finzione, quale messaggio inviano sulla Chiesa e sul Papa?

R - Innanzitutto credo che se l’industria cinematografica – con tutti i suoi limiti e le sue non tanto celate speculazioni commerciali – si interessi dell’argomento Chiesa ciò è segno che questa comunità universale – cattolica – ha forse ancora qualcosa da dire all’uomo di oggi. Fatte salve allora le opportune contestualizzazioni di queste opere di finzione (essere ispirato a una storia vera non significa essere fedele alla storia vera), e tolti di mezzo gli elementi pruriginosi e di facile gancio sul pubblico, credo che comunque qualcosa della “natura soprannaturale” di questa millenaria istituzione riesca a passare. Nel film “I due papi” a esempio, al di là delle categorizzazioni manichee verso le figure dei due pontefici, traspare comunque nei protagonisti la forza interiore e il loro spirito di servizio alla Chiesa e all’umanità. E questo credo che sia un elemento da valorizzare.

D - Sappiamo che è difficile dirlo, ma cosa possiamo aspettarci da papa Francesco in futuro?

R - Non vorrei essere frainteso, però ritengo che questi primi anni di pontificato, per la vivacità dei contenuti messi in campo e dei processi avviati anche in ambito spirituale, insieme alle tante prassi riconvertite e affinate riguardo all’organizzazione della struttura ecclesiastica, abbiano fornito le fondamenta per l’evangelizzazione dei prossimi anni. Ciò che il Santo Padre aveva intenzione di dire ormai lo ha detto, e con l’esempio ha testimoniato anche la strada che bisogna imboccare per essere veramente incisivi. I prossimi anni saranno un grande banco di prova per dimostrare da parte di noi laici se abbiamo veramente compreso la lezione oppure abbiamo preferito la vita comoda in poltrona, con una immagine che ha spesso utilizzato lo stesso pontefice. D’altronde, lui continuerà a svolgere il suo compito di guida e maestro.

D - Per concludere questa conversazione, quali sono alcuni dei tratti di papa Francesco che i cattolici dovrebbero adottare nella loro vita quotidiana?

R - Vorrei dirlo davvero con poche parole: farsi vicini, sporcarsi le mani con le sofferenze di chi ci è accanto, ascoltare, interessarsi davvero, frequentare posti diversi da quelli soliti a cui siamo abituati, incontrare chi è diverso da noi, accogliere chi è solo, rinunciare al proprio protagonismo, servire più che essere serviti, nutrirsi spiritualmente… Solo in questo modo riusciremo ad essere attrattivi anche per chi non è credente e a realizzare quel grande sogno che Benedetto XVI nutriva sulla crescita della fede in un’epoca in cui sembra che non ci sia più.

mercoledì 29 gennaio 2020

Riflessioni sul giornalismo: tornare a domandarsi il perché delle cose





Alla ricerca della “W” perduta

La recente memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, mi ha portato a riflettere sullo stato attuale della professione informativa. Ho messo insieme qualche piccolo spunto nel testo seguente.

Eravamo abituati a pensare che bastasse rispondere alle “5 W” per giustificare in un certo senso la nostra abilità e prerogativa esclusiva di giornalisti a raccontare un fatto, o quantomeno ad esplorare un certo tema.

Questo “armamentario” è certamente ancora valido; non a caso è stato sviluppato dai retori e filosofi dell’antichità - forse il più noto è Cicerone, integrato poi nel cristianesimo da San Tommaso - e non è affatto superato.

C’è un però, e riguarda quella che poc'anzi chiamavo “prerogativa esclusiva” dei giornalisti, che nell’epoca dell’iperconnessione e della disintermediazione è stata progressivamente e significativamente ridimensionata, per non dire quasi del tutto annullata.

Mi spiego: oggi chiunque - attraverso i social, ad esempio - può comunicare a un pubblico potenzialmente universale il racconto di un accaduto seguendo per sommi capi questo famoso criterio delle “5 W”. Difatti lo fa. Addirittura correda il suo racconto con una prova visiva (l’istantanea che scatta trovandosi sul posto).

Ogni cittadino, dunque, è oggi un potenziale giornalista abilitato mediante il suo smartphone: mentre è testimone di un fatto, in pochi caratteri – 280? – ne trasmette il contenuto essenziale ad un pubblico più vasto, raccontando principalmente il “chi” è stato (who), il “cosa” è successo (what), “quando” è accaduto (when) e “dove” è avvenuto (where).

Se facciamo attenzione, in questo nostro esempio manca una “w”, ed è il “why”.

Ossia, perché (è accaduto)? È questo, secondo noi, l’anello mancante che oggi permette ad un giornalista di poter essere pienamente tale: rintracciare questa “w” perduta nei racconti dell’istantaneità a cui siamo vorticosamente esposti. Ed è in questa riscoperta che oggi la professione giornalistica è chiamata a fare la differenza, sia per distinguersi da ciò che può fare chiunque – e non è detto che sia un limite dei nostri tempi, assolutamente – sia per portare davvero quel valore aggiunto che, oltre a dare completezza e a corroborare il diritto di cronaca dei cittadini, manifesta l’utilità e la necessità di una simile professione.

Qui iniziano però i problemi, che in fondo neppure interessano al singolo “cittadino improvvisato giornalista” (CIG) che fa un tweet - da con confondere con il “cittadino informato quanto basta” (CIQB) per la cui fenomenologia si rimanda al filosofo Bruno Mastroianni -, dato che lui rispetta solo due aspetti del nostro sistema bulimico informativo, che in questo caso lo rendono adeguatamente soddisfatto del proprio operato: la velocità e l’immediatezza.

Ma come è facile intuire, manca la fase di “fermentazione”, di consapevole e lento approfondimento che il giornalismo - e ancora di più il giornalismo odierno - è chiamato a fare nella società. Questa fase si regge su tre gambe, le stesse su cui si regge la nostra “w” perduta se la capovolgiamo graficamente.

Perché è accaduto? 

La prima gamba di questo “perché” informativo è il “perché è accaduto”. Rispondere a ciò richiede tempo, sudore, un lavoro sul campo che deve andare oltre l’immediatezza e l’istantaneità dell’avvenimento, richiede scavo, approfondimento, che porta a consumare le suola delle scarpe come si diceva un tempo… Perché è accaduto? E da qui provare a contestualizzare, cercare di capire, riconoscere le intenzioni, gli scopi, approfondire le dinamiche, verificare.

Perché me ne occupo?

La seconda gamba di questa “w” tripartita, che viaggia insieme alle altre due e tutte sono interconnesse, è rispondere al “perché me ne occupo”. Cioè, con quale attitudine, con quali capacità, con quali sentimenti io mi pongo di fronte al fatto per raccontarlo e approfondirlo? Rispondendo a queste domande troviamo anche la strada per giungere adeguatamente al “perché è accaduto”.

Perché deve essere diffuso?

Infine, la terza gamba: perché questo che è accaduto, e del quale ho deciso di occuparmene per tali ragioni, dopo aver scandagliato il contesto in cui è avvenuto deve essere diffuso? Quale valore aggiunto comunico in questo modo alla società, alla comunità, ai miei lettori? Perché questa cosa deve essere conosciuta?

Ecco quindi dispiegato il percorso alla ricerca della “w” perduta, che va necessariamente ritrovata e valorizzata.

Perduta poiché nell’era ipertecnologica è sempre messa da parte, nonostante risponda a una domanda insita in ciascuno di noi (il perché delle cose), che tra l’altro nel venire elusa ci dispera. Da ritrovare perché è l’unico modo per dimostrare ancora una volta che del giornalismo, e del giornalismo ben fatto c’è assoluta necessità.

Ma tutto dipende da noi, non dai sistemi, dalle oligarchie, dalla tecnologia, pena l’estinzione sulla falsariga di quanto capitato con l’omino che raccoglieva i birilli al bowling, come ha sintetizzato in una efficace immagine il sociologo Massimiliano Padula.

domenica 26 gennaio 2020

Messaggio per le Comunicazioni del 2020: "Abbiamo bisogno di dare spazio al bene"


Il Messaggio di #PapaFrancesco per la 54ª Giornata mondiale delle #comunicazioni sociali in 12 #frasi + una #preghiera finale

1. Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita.

2. L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

3. Quante storie ci narcotizzano... Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo.

4. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

5. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

6. Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui.

7. Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

8. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita. Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

9. La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale... Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra.

10. Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo.

11. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

12. Nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.


Preghiera finale

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.


24 gennaio 2020

lunedì 4 novembre 2019

Con responsabilità e umiltà. Le virtù del giornalista secondo Papa Francesco


In piena estate, il direttore di questo giornale ha pubblicato un accorato editoriale sulla responsabilità che grava sulle spalle dei giornalisti, che a nostro avviso non ha avuto il risalto che avrebbe meritato. Per una felice coincidenza, in quegli stessi momenti si stava progettando una Giornata di studio sulla deontologia professionale degli operatori dell’informazione e della comunicazione, che ha finalmente luogo questo martedì 29 ottobre 2019 alla Pontificia Università della Santa Croce.

In quell’editoriale, il direttore Monda si diceva preoccupato della poca attenzione che come giornalisti riserviamo alle conseguenze del nostro ruolo pubblico, arrivando finanche molto spesso a “uccidere” con un semplice titolo di giornale. E faceva appello a ciascun collega a domandarsi con quale “sguardo” ci poniamo di fronte al racconto di un avvenimento, se con lo stile del servizio agli altri o del servirsene.

Papa Francesco ha sviluppato un ampio magistero in questo senso sin dalla sua elezione, e ad esser sinceri sin da quando era “semplice” arcivescovo di Buenos Aires. Mentre preparavamo la Giornata alla Santa Croce, ci è sembrato necessario dedicare uno spazio alla “chiamata” all’autenticità professionale che nelle innumerevoli occasioni – oltre una trentina di interventi pubblici – Papa Francesco ha rivolto proprio agli operatori dell’informazione e della comunicazione. Ne offriamo qui alcuni sintetici stralci. 

L’odierno panorama professionale non è certo idilliaco, forte anche della rivoluzione tecnologica che, mentre ha favorito molti aspetti della vita di un giornalista, ha portato con sé anche alcuni ostacoli, tre tra tutti: la disintermediazione, il caos informativo e la disinformazione, che Papa Francesco arriva a definire peccato mortale. 

In questa situazione, lo stesso magistero del Papa ci viene incontro, consegnando 9 “parole chiave” per non cadere in tentazione, che come lettura del tutto personale siamo riusciti a sintetizzare dai vari discorsi, sapendo che in molti casi sono inevitabilmente interconnesse.

Amore per la verità, la bontà e la bellezza

La prima di queste non poteva che essere l’amore per la verità, la bontà e la bellezza, una “triade esistenziale” come l’ha poi definita nella prima udienza con i giornalisti una volta eletto, o più semplicemente “strade” nel cammino professionale.
Amare la verità è per il Pontefice una condizione ineludibile per un giornalista che voglia definirsi tale e anche se la sua ricerca può essere a volte difficile – soprattutto se si è da soli – non va mai svenduta, per rispetto alle persone e alle istituzioni. E amare la verità vuol dire non soltanto affermarla ma anche viverla, come ha poi spiegato all’Ordine dei Giornalisti.
Una simile attitudine porterà necessariamente a cercare anche il bene. Tant’è che “non si cerca la verità per dividersi, contrapporsi, attaccare, squalificare, disgregare”, ben sapendo che “anche nelle situazioni più conflittuali e dolorose c’è un fondo di bene da recuperare”.

Il Papa ricorda anche che verità e bontà devono essere accompagnate dalla bellezza, un bisogno che alberga in tutti i cuori. Infatti, “la comunicazione è tanto più umana quanto più è bella”.

Prossimità e cultura dell’incontro

La seconda parola-virtù con maggiori occorrenze è quella della prossimità. Ed è a Buenos Aires dove l’Arcivescovo Bergoglio la declina nella sua globalità, ricorrendo all’immagine del buon samaritano. La prossimità del giornalista è una forza che si radica nella capacità di accostarsi alla vita delle persone, influendo in maniera simultanea e globalizzata attraverso un unico linguaggio.

Responsabilità

Non esiste professione dove chi la esercita sia avulso da responsabilità, ed è la terza parola su cui si è focalizzato maggiormente anche il Santo Padre, sintetizzandola come visione rispettosa degli avvenimenti che si vogliono raccontare, avendo a mente che la selezione e l’organizzazione dei contenuti, così come la loro condivisione richiede particolare attenzione poiché spesso si usano strumenti che di per sé non sono né neutri né trasparenti.

Curare le parole

Scegliere con cura parole e gesti per superare incomprensioni e generare armonia è il monito che traspare nel Messaggio per la GMCS del 2016, dove è esplicita la speranza affinché le nostre parole e azioni ci aiutino a “uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette”. Il linguaggio pacato, infatti, favorisce la riflessione, e se utilizziamo parole ben ponderate e chiare riusciamo anche a respingere i toni aggressivi e sprezzanti.

Dare speranza


Quando parla di speranza, l’idea del Papa va subito ad un tipo di informazione e di comunicazione che sia costruttiva. Infatti, non si tratta di raccontare un mondo privo di problematiche ma “tenere aperto uno spazio di uscita, di senso, di speranza” anche quando si denunciano situazioni di disperazione e di degrado.

Testimonianza

Ogni nostra azione compiuta in pubblico trasmette volenti o nolenti una testimonianza, e questo vale a maggior ragione per i giornalisti, in questo caso attraverso ciò che scrivono. È inevitabile dunque che anche le parole assumano un peso e che queste riesca a sostenerle soltanto chi le incarna nella vita. 

Discernimento

Discernere la realtà è un ulteriore atteggiamento virtuoso proposto dal Santo Padre, che si esplica in un giudizio sereno, sincero e forte circa tutto ciò che accade, mantenendo la mente e il cuore aperti ed evitando l’autoreferenzialità. In questo modo si diventa “giornalisti dal pensiero incompleto”, l’unico capace di districarsi in un mondo complesso e pieno di sfide, provando a capire come affrontarle e risolverle.

Periferie

Il Pontefice è consapevole che i luoghi nevralgici in cui si concentra la maggior parte delle notizie si trovano nei grandi centri. Eppure, questo non deve far dimenticare le innumerevoli storie di quanti vivono lontano, distante, nelle ormai famose periferie, dove accanto a sofferenza e degrado ci sono sicuramente racconti di grande solidarietà, che possono aiutare tutti a guardare la realtà in maniera rinnovata.

Umiltà

Un’ultima virtù, non certo per importanza, che il Pontefice veicola con convinzione è l’umiltà. Si tratta dell’approccio che ciascun giornalista è chiamato ad assumere quando si pone alla ricerca della verità. La disposizione è quella di lasciarsi interrogare da ciò che accade senza presunzioni di sorta, ma anche senza restare alla superficie o all’apparenza, accontentandosi di soluzioni scontate “che non conoscono la fatica di un’indagine capace di rappresentare la complessità della vita reale”.

Articolo pubblicato su L'Osservatore Romano dell'1.11.2019

domenica 1 settembre 2019

Le 3 raccomandazioni di #PapaFrancesco per la #cura del #creato


VOLUTI E PENSATI AL CENTRO DI UNA RETE DELLA VITA, CONNESSI CON IL CREATO 

“Egoismi e interessi hanno fatto del creato, luogo di incontro e di condivisione, un teatro di rivalità e di scontri. Così si è messo in pericolo lo stesso ambiente, cosa buona agli occhi di Dio divenuta cosa sfruttabile nelle mani dell’uomo.

Il degrado si è accentuato negli ultimi decenni: l’inquinamento costante, l’uso incessante di combustibili fossili, lo sfruttamento agricolo intensivo, la pratica di radere al suolo le foreste stanno innalzando le temperature globali a livelli di guardia. L’aumento dell’intensità e della frequenza di fenomeni meteorologici estremi e la desertificazione del suolo stanno mettendo a dura prova i più vulnerabili tra noi. Lo scioglimento dei ghiacciai, la scarsità d’acqua, l’incuria dei bacini idrici e la considerevole presenza di plastica e microplastica negli oceani sono fatti altrettanto preoccupanti, che confermano l’urgenza di interventi non più rimandabili. Abbiamo creato un’emergenza climatica, che minaccia gravemente la natura e la vita, inclusa la nostra”.

“Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

1. “È questo il tempo per riabituarci a pregare immersi nella natura, dove nasce spontanea la gratitudine a Dio creatore. (…) Nel silenzio e nella preghiera possiamo ascoltare la voce sinfonica del creato, che ci esorta ad uscire dalle nostre chiusure autoreferenziali per riscoprirci avvolti dalla tenerezza del Padre e lieti nel condividere i doni ricevuti. In questo senso possiamo dire che il creato, rete della vita, luogo di incontro col Signore e tra di noi, è «il social di Dio»”

2. “È questo il tempo per riflettere sui nostri stili di vita e su come le nostre scelte quotidiane in fatto di cibo, consumi, spostamenti, utilizzo dell’acqua, dell’energia e di tanti beni materiali siano  spesso sconsiderate e dannose. In troppi stiamo spadroneggiando sul creato. Scegliamo di cambiare, di assumere stili di vita più semplici e rispettosi! È ora di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili e di intraprendere, in modo celere e deciso, transizioni verso forme di energía pulita e di economia sostenibile e circolare. E non dimentichiamo di ascoltare le popolazioni indigene, la cui saggezza secolare può insegnarci a vivere meglio il rapporto con l’ambiente”.

3. “È questo il tempo per intraprendere azioni profetiche. Molti giovani stanno alzando la voce  in tutto il mondo, invocando scelte coraggiose. Sono delusi da troppe promesse disattese, da impegni presi e trascurati per interessi e convenienze di parte. I giovani ci ricordano che la Terra non è un bene da sciupare, ma un’eredità da trasmettere; che sperare nel domani non è un bel sentimento, ma un compito che richiede azioni concrete oggi. A loro dobbiamo risposte vere, non parole vuote; fatti, non illusioni”.

“Scegliamo dunque la vita! Diciamo no all’ingordigia dei consumi e alle pretese di onnipotenza, vie di morte; imbocchiamo percorsi lungimiranti, fatti di rinunce responsabili oggi per garantire prospettive di vita domani. Non cediamo alle logiche perverse dei guadagni facili, pensiamo al futuro di tutti!”

#PapaFrancesco, Dal Messaggio per la V Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato, 1 settembre 2019

lunedì 3 giugno 2019

#Europee: 16 #cattolici praticanti su 100 hanno scelto #Lega, 13 il #Pd e 7 il #M5s; 52 di loro sono rimasti a casa




#EUROPEE: 16 #CATTOLICI PRATICANTI SU 100 HANNO SCELTO #LEGA
13 IL #PD e 7 IL #M5S; 52 DI LORO SONO RIMASTI A #CASA

Questo post è stato ripreso dal collega John Allen su Crux il 4 settembre 2019

Come hanno votato i #cattolici praticanti (o presunti tali) italiani alle #Europee (su temi, si presume, prettamente "europei" e non italiani)?

Se la matematica non è un'opinione, prendendo per buona l'analisi post-voto #Ipsos è andato a votare soltanto il 48% dei cattolici praticanti (che vanno a Messa settimanalmente) aventi diritto, ciò significa che "un poco più di 1 italiano-cattolico su 2" è rimasto a casa (52%).

Dei "poco meno di 1 italiano-cattolico su 2" che è dunque andato al voto:

- il 33% - calcolato sui voti validi (come dice l'analisi Ipsos) - ha scelto #Lega, ossia il 15,84% di tutti i cattolici aventi diritto;
- il 27% ha scelto #PD, ossia il 12,96% degli aventi diritto
- il 14% ha scelto #M5S, ossia il 6,72% degli aventi diritto
- il 10% ha scelto #FI, ossia il 4,8% degli aventi diritto

RICAPITOLANDO

La #Lega è stata preferita (stando all'analisi Ipsos sui voti validi) da 16 cattolici praticanti (Messa settimanale) su 100;
il #PD da 13 cattolici su 100;
il #M5S da 7 cattolici su 100;
#FI da 5 cattolici su 100;
ben sapendo che 52 di loro sono rimasti a casa.

Questo spiegherebbe anche perché molti, tra i cattolici puri che pur di fatto si professano "vincitori" in questa tornata, non smettono di mostrare evidenti segni di nervosismo, prendendosela con la "gerarchia". Sarà che il vero nome del risultato è - purtroppo - la (loro) #irrilevanza?

mercoledì 1 maggio 2019

In un libro le visite del Papa nella periferia romana


Si intitola “Pellegrino di periferia” il libro di Giovanni Tridente che per la prima volta analizza il magistero di Papa Francesco durante le sue visite alle parrocchie romane. Andrea Monda firma la prefazione



Fabio Colagrande - Città del Vaticano

Nel libro “Pellegrino di periferia”, edito da Amazon, Giovanni Tridente, giornalista e docente di comunicazione alla Pontificia Università Santa Croce, rilegge le più recenti visite di Papa Francesco nelle parrocchie della sua diocesi. Prendendo in esame le ultime nove visite alle parrocchie romane del Papa - che nel suo pontificato ne ha visitate venti - l’autore individua i temi ricorrenti di questa predicazione itinerante del vescovo di Roma. Ai microfoni di Radio Vaticana Italia, Giovanni Tridente spiega la genesi del libro:

Ascolta l'intervista a Giovanni Tridente:

Sul Papa sono stati scritti molti libri, però seguendo la sua attività mi aveva sempre colpito la presenza di una sorta di filo conduttore nelle sue visite alle parrocchie romane, anche se non propriamente esplicito. Quindi ho voluto cercarlo per verificare se davvero ci fosse un denominatore comune nel magistero ‘parrocchiale’ del vescovo romano. Mi colpiva il fatto che fosse un aspetto del magistero di Papa Francesco che non era stato mai approfondito, a dispetto del fatto che nel giorno della sua elezione, dalla Loggia della Basilica Vaticana, si fosse presentato proprio come vescovo di Roma. Mano a mano che leggevo i discorsi pronunciati e rivedevo le dirette televisive, ho scoperto che ci sono dei punti in comune fra le varie visite. Probabilmente il Papa, in quelle occasioni, vuole veicolare dei contenuti molto concreti e specifici.

Quali sono i luoghi della Capitale in cui il Papa si è recato più volentieri, ovvero, come sono state scelte le parrocchie che ha visitato?

R. - Questo è un altro aspetto che mi ha colpito. Alla fine del libro ho voluto pubblicare una mappa, realizzata con un navigatore on-line, per verificare i percorsi compiuti dal Papa nelle sue più recenti visite alle parrocchie romane e approfondire l’aspetto territoriale. Ho scoperto che i 178 km percorsi dal Papa per raggiungere le ultime nove parrocchie che ha visitato, tracciano una linea continua che dal Vaticano va verso le periferie in tutte le latitudini, raggiungendo gli estremi periferici. Sicuramente quando si organizzano queste visite si fa una sorta di turnazione fra i settori della diocesi di Roma, ciascuno affidato a un vescovo ausiliare. Ma, a conferma di questo itinerario, mi colpisce che sempre in queste visite Francesco ha dedicato delle parole ai poveri, ai sofferenti e ai volontari che si occupano di queste situazioni di emarginazione. E si tratta di strutture parrocchiali che, per queste persone, rappresentano l’unica risorsa sul territorio per sopperire ai lori bisogni materiali. Dunque, zone periferiche sia in senso territoriale che esistenziale. Una tradizione, quella delle visite in periferia, che Francesco si porta dietro certamente dalla sua esperienza precedente come vescovo di Buenos Aires.

Quali sono i temi forti toccati dal Papa quando di reca in visita alle comunità parrocchiali romane?
R. - Nell’ultimo capitolo ne ho elencati una decina. Tra i più frequenti, c’è l’invito a evitare le chiacchiere, che com’è noto considera un vero atto terroristico, e a praticare l’apostolato dell’orecchio. Se si va nei luoghi periferici ed esistenziali ad annunciare il Vangelo bisogna innanzitutto ascoltare le esigenze delle persone. E questo è un monito che il Papa lascia ad ogni parrocchia che deve essere come un’antenna in grado di captare le esigenze del territorio per poi svolgere la propria missione. Ma l’aspetto che più mi ha colpito è che sempre, puntualmente, il Papa mette al primo posto l’incontro con Gesù. Non è possibile fare nulla, fare volontariato, ascoltare, evitare i pettegolezzi, se prima non si è coltivato un rapporto personale con Gesù. Questo è un aspetto centrale che ribadisce ai bambini della prima comunione, a quelli della cresima ed è fondamentale, in questo percorso, riconoscerlo. Quando va in periferia, Il Papa parla prima di tutto di Gesù e questo va sottolineato nei confronti di certi ambienti che sono critici verso di lui o non raccontano ciò che effettivamente dice.

venerdì 12 aprile 2019

Papa Francesco pellegrino nelle periferie di Roma


Un libro analizza le visite del Vescovo di Roma alle parrocchie. Prefazione di Andre Monda

INDICE
Mappa delle visite

“Francesco è in senso tecnico un rivoluzionario, uno che rovescia i paradigmi, cambia le prospettive, ribalta le mentalità e tra le tante rivoluzioni una è proprio questa: per lui la periferia è il centro, centro e periferia coincidono”. È quanto scrive Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano, nella Prefazione al libro di Giovanni Tridente, Pellegrino di periferia. Le visite di Papa Francesco alle parrocchie romane, in uscita in questi giorni per le edizioni Amazon.

“Il cuore di un popolo lo s’incontra, lo si tocca andando in periferia, frequentando il margine del territorio, l’area degli ‘scarti’ – aggiunge Monda –. Il suo è lo stesso approccio del medico che la prima cosa che fa incontrando il paziente per conoscere le sue condizioni è sentire il polso, cioè la periferia, per capire come va il cuore”.

L’ultimo lavoro realizzato da Giovanni Tridente – che insegna giornalismo d’opinione presso la Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce ed è corrispondente in Italia della rivista spagnola PALABRA –, prende spunto dalle prime parole pronunciate da Papa Francesco sei anni fa, dalla Loggia della Basilica Vaticana la sera del 13 marzo 2013. In quell’occasione, il Pontefice appena eletto irruppe con quel poco canonico “buonasera” rivolgendosi alla “comunità diocesana di Roma”, che finalmente ri-aveva il suo Vescovo. E chiese al “popolo” di benedirlo, per incominciare insieme il cammino.

Un cammino che si è poi concretizzato negli anni attraverso le visite alle parrocchie della Diocesi, una ventina quelle realizzate finora, che Tridente ha in parte analizzato nei dettagli, tracciando quello che a suo dire può essere definito un vero e proprio “apostolato della periferia”.

Infatti, soffermandosi su quelle compiute a partire dal 2017 – subito dopo il Giubileo della Misericordia –, partendo dalla periferia nord di Guidonia, passando per Ponte di Nona, Ottavia, Casal Bernocchi, Ponte Mammolo, Corviale, Tor de’ Schiavi, Labaro e fino all’ultima di pochi giorni fa a San Giulio a Monteverde, Tridente evidenzia come il Papa abbia voluto portarsi in territori dove molta gente vive spesso ai margini e le parrocchie sono l’unica realtà che prova a far fronte nei limiti del possibile a tante esigenze.


L’idea del pellegrinaggio è data poi dalla frequenza con cui il Vescovo di Roma penetra nei territori più periferici della sua Diocesi; se si rappresentasse graficamente su una mappa il tragitto compiuto dal Papa ipoteticamente a piedi partendo dalla Città del Vaticano, verrebbe fuori – considerando le ultime 9 visite analizzate – un percorso di ben 178 chilometri, per una durata calcolata da Google Maps di 37 ore di cammino.

Il libro di Tridente mette quindi in evidenza, soprattutto nelle conclusioni, i temi forti di questo apostolato cittadino e periferico del Vescovo di Roma, che è stato possibile trarre dai discorsi che il Papa ha pronunciato nei diversi incontri con le specifiche realtà di ciascuna comunità – bambini, ragazzi, famiglie, anziani, malati, poveri, volontari. Su tutti risaltano la condanna delle “chiacchiere” – un vero e proprio “atto terroristico” secondo Francesco, che ha stigmatizzato quasi in ogni visita –, l’esigenza della “preghiera vicendevole”, l’urgenza della “testimonianza esemplare” e della “gioia” che porta “pace”, ma anche un amore testimoniale fatto di “ascolto”, l’apprezzamento della vita in ogni sua fase e la predilezione per la “mamma di tutti”, Maria, la Madonna.

“Il Papa sa che il dialogo, altro suo tema forte, non si fa tanto con le parole, ma facendo qualcosa insieme, condividendo un’esperienza operosa, concreta. È quello che il Vescovo Francesco sta facendo dal 13 marzo 2013 camminando insieme al suo popolo, il popolo della Diocesi di Roma”, conclude Andrea Monda nella sua Prefazione.

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Pellegrino di periferia. Le visite di Papa Francesco alle parrocchie romane
Autore: Giovanni Tridente
Editore: Amazon
Pagine: 96
Prezzo: 12,00 € (Ebook 5,99 €)
ISBN: 9781799217886

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