"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

giovedì 30 novembre 2017

#Connessi: siamo noi gli ecologi della Rete

“Tutto nel mondo è intimamente connesso”. Attorno a questa frase presa dalla Laudato si' di Papa Francesco è nata la riflessione di diversi autori che, da contesti professionali e prospettive differenti, si sono ritrovati a ragionare sulle odierne sfide della comunicazione e della professione giornalistica tra online e offline. 

#connessi, a cura di Bruno Mastroianni, social media manager de "La Grande Storia" (Rai Tre), mio compare, e me medesimo, docente di giornalismo alla Pontificia Università della Santa Croce, parte dalla comune consapevolezza che ormai “i media siamo noi”, per cui anche i social hanno bisogno di una “conversione ecologica”, che già nel 2001 San Giovanni Paolo II auspicava “globale”.

“Al di là delle ragioni etiche e spirituali – comunque importanti – non è più possibile scindere gli effetti, positivi e negativi, delle nostre interazioni sui social rispetto all’ambiente che ci circonda, perché esse stesse ne fanno parte", spiego nell’introduzione. Infatti, “l’uso che facciamo della tecnologia non è qualcosa di esterno a noi, ma semplicemente è un’abilitazione tecnica che ci permette di comunicare noi stessi agli altri così come realmente siamo: anche se fingiamo, ci nascondiamo, o imbrogliamo”. La tecnologia, in sostanza, “non ci ‘purifica’ dalle nostre malefatte; invece ci eleva se la utilizziamo per fini buoni”. Ed è questo lo spirito propositivo del libro.

Le prime riflessioni si dedicano a un’analisi di fondo dello scenario digitale nei suoi effetti antropologici, sociologici, linguistici e di comunicazione. Le successive si concentrano sulle sfide e sui cambiamenti della professione giornalistica, a cui oggi è richiesto di percorrere nuove strade per ritrovare la sua originale vocazione di servizio al bene comune.

Bruno Mastroianni, autore tra l'altro de "La disputa felice" (Cesati), esplora i modi e i percorsi per vivere all’altezza del dibattito online libero e privo di mediazioni, prendendosi cura di tutti gli interlocutori, anche quelli più ostili.

Vera Gheno, sociolinguista e gestrice del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca, riflette su quanto le nostre scelte linguistiche, appunto, non siano indenni da conseguenze. 

Massimiliano Padula, docente di sociologia, esplora le capacità di discernimento e decodifica del mondo circostante che ciascun cittadino è oggi chiamato a sviluppare.
Fabio Colagrande, vice-coordinatore di Radio Vaticana Italia, affronta il tema dell’ironia come via maestra per capire e farsi capire in un mondo iperconnesso. 

Massimo Donaddio, in forze a Il Sole 24 Ore, offre alcune considerazioni generali sulle sfide poste oggi ai professionisti dell’informazione. 

Vincenzo Grienti, web editor di TV2000, parla di storytelling in redazione, qualità dei contenuti e collaborazione tra diverse professionalità. 

Pier Luca Santoro, infine, analista di DataMediaHub, propone indicazioni strategiche e operative, su quale direzione intraprendere per sopravvivere ai forti cambiamenti in atto nell’industria informativa.

I contributi sono frutto del IV Meeting dei giornalisti cattolici e non, avvenuto nel giugno 2017 a #Grottammare, a cui hanno partecipato oltre 200 giornalisti e operatori della comunicazione provenienti da tutta Italia.

Il libro è disponibile in formato ebook - epub - pdf


Scheda del libro

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giovedì 23 novembre 2017

Preti sui social: alcune istruzioni per l'uso



Succede che una ragazza minorenne di Bologna denunci alla polizia di aver subito una violenza sessuale nei pressi della stazione, dopo una serata in cui aveva bevuto molti alcolici ed essersi svegliata seminuda in un vagone ferroviario.

Succede pure che, appresa la notizia riportata dai quotidiani locali, il parroco di una delle zone alla periferia della città, don Lorenzo Guidotti della San Domenico Savio, pubblichi sul suo profilo Facebook una esternazione deplorevole in cui si rivolge alla ragazza con toni a dir poco sprezzanti.

Nel post pubblicato alle 8 di sera, Guidotti, rivolgendosi alla vittima che neppure conosce, sposta il centro della questione. Dalla presunta violenza subita [le indagini sono in corso!] focalizza l’attenzione, e il suo giudizio sulla vicenda, sui comportamenti “indegni” della ragazza [ubriachezza, strane frequentazioni di cittadini stranieri…], chiosando: “se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto…”.

Aggiunge inoltre una frase che probabilmente è quella che ha fatto più scalpore, almeno stando alle reazioni sui social: “Ma dovrei provare pietà? No!!”, che detta da un prete è veramente agghiacciante. Chiudendo il post con espressioni colorite che sono riportate nello screenshot del post sopra riportato.

Le reazioni di sdegno a questa esternazione incontrollata sono state giustamente unanimi, anche grazie alla estesa diffusione avuta successivamente nella Rete.

Sta di fatto che il parroco si è poi pentito, come risulta da una nota ufficiale diffusa dalla Diocesi di Bologna una volta che la polemica era montata, riconoscendo di aver sbagliato “i termini, i modi, le correzioni”.

Ha chiesto scusa alla ragazza e ai genitori per “le mie parole imprudenti” che “possono aver aggiunto dolore” ed ha affisso sulla porta della chiesa il cartello sottostante.

Ha provato a contestualizzare i motivi che hanno dato origine alla sua esternazione: “smantellare questa cultura dello sballo in cui i nostri ragazzi vivono”, e ha chiesto l’aiuto a chi è capace “magari di miglior linguaggio e possibilità [autorità, giornalisti, insegnanti, genitori]”. Vedi qui il video.

Si dà il caso che contemporaneamente il sacerdote abbia poi chiuso il suo profilo, e su questo diremo qualcosa più avanti.

Intanto, cosa ci insegna questa vicenda?

Che ogni parola che digitiamo sui social, e quindi pronunciamo in pubblico pesa come pietra.

Che non esiste il “virtuale”, che quasi sembrerebbe esimerci dalle nostre responsabilità: un’offesa su Facebook [aka ogni altro social] è un’offesa – e una ferita – reale.

Prima di rispondere a quel “a cosa stai pensando Caio?” che mister Facebook continuamente ci chiede, è bene immaginare ciascun individuo del variegato mondo di persone che leggerà la nostra risposta.

Oltre ai nostri amici più ristretti, c’è infatti una massa silenziosa che quasi mai interviene o mette “like” ma che attinge – nel bene e nel male – da ogni nostro pronunciamento.

Assumersi la responsabilità di questi “effetti” che non sono per nulla secondari, ci permette di dare anche un contributo “di bene” alla società civile [la massa silenziosa apparentemente nascosta].

Quanto al merito della vicenda, dispiace che un sacerdote possa utilizzare termini inconsueti e un atteggiamento che sembra contrastare con la missione che si è assunto il giorno in cui è stato ordinato [fedeltà al Vangelo].

Non si può nascondere a tal proposito una carenza di formazione all’uso dei social anche in ambito ecclesiale, carenza che risente purtroppo ancora di una visione strumentale [mezzi] invece che “culturale” [attenzione ai contenuti] della comunicazione in generale.

Certamente, non possiamo mandare a scuola di social gli oltre 400 mila sacerdoti sparsi in tutto il mondo. Sì però iniziare a incidere sin dagli anni del seminario sui futuri candidati al sacerdozio, come già qualche facoltà ecclesiastica a Roma fa da diversi anni.

Secondo gli studi sulla comunicazione istituzionale della Chiesa, infatti, abitare il web non deve incutere timore, ma diventare un vero e proprio campo da arare anche per i ministri del sacro, perché è lì che i fedeli trascorrono molte ore della giornata, come confermano i dati.

Lo stesso Papa Francesco, e i suoi predecessori, hanno suggerito di essere presenti in questi spazi di vita umana. Ovviamente, per far sentire la vicinanza della Chiesa a chi li abita, e per portare anche in questi ambienti conforto e vicinanza.

Non basta aprire un profilo social senza assumere la consapevolezza che se sei sacerdote quello è diventato da quel momento il tuo “pulpito” senza confini. Ma la Chiesa è fatta anche dai “laici” che vi appartengono, e anche loro hanno la stessa carica di responsabilità.

Se è confermato, come dicevamo sopra, che don Guidotti ha chiuso il suo profilo Facebook – nonostante abbia comunque chiesto scusa sia per iscritto che attraverso una registrazione video – questa sarebbe una ulteriore occasione persa per fare ammenda dei propri errori.

Restare lì sul social a scusarsi “di persona”, a chiarirsi, insomma a disputare felicemente, gli avrebbe potuto consentire di correggere il tiro e approfittare dello stesso mezzo con cui ha fatto del male per trarre qualcosa di buono dall’accaduto.

La vicenda conferma in ogni caso che gli “haters” in quanto categoria non esistono: gli haters siamo noi ogni qual volta ci lasciamo andare all’indignazione esacerbata e mettiamo da parte la possibilità di una discussione pacifica [felice, direbbe qualcuno].

Tutti siamo esposti a questo rischio, anche un prete, e pure coloro che nel condannare il suo atteggiamento – del quale ha poi chiesto scusa – si sono ugualmente “lasciati andare”, cadendo nello stesso errore che volevano stigmatizzare.

D’altronde, quando ci si polarizza, a restare poi nell’ombra è il vero tema che ci aveva portato a confrontarci: in questo caso la presunta violenza subita da una giovane vittima, del cui dolore dovremmo comunque tutti farci carico, ma che in fondo sembra già passato in secondo piano.

Il caso dimostra infine che non esiste una sola ragione, ma esistono tante ragioni, e soltanto da un confronto sereno, cercando di comprendere appunto le ragioni di tutti, è possibile recuperare una visione più chiara rispetto a ciò che caratterizza, e condiziona, le nostre esistenze, imparando a vivere meglio in società.


Read more: http://www.datamediahub.it/2017/11/13/sui-social-non-esiste-il-virtuale-il-caso-del-prete-di-bologna-e-della-ragazza-violentata/#ixzz4zF2sNIac

lunedì 20 novembre 2017

Il Papa sosia


Si dice che #PapaFrancesco abbia un sosia, e che questo sosia - imposto da qualcuno, anche attraverso qualche "omissione" nel chiarire i suoi pronunciamenti - sia la faccia buona e simpatica che lo contrappone ai suoi predecessori.

Se pensiamo allora al pontificato di #BXVI, il suo sosia sui "media" sarebbe stato quello brutto e cattivo. Anche lì c'era qualcuno che "ha generato, fatto crescere e costantemente mantenuto in questi anni il mito" del papa cattivo e retrogrado, come qualcuno ipotizza?

E se fosse invece un dinamismo necessario che chiama ciascuno, innanzitutto, ad andare alla fonte del pensiero del Papa (chiunque esso sia)? Soprattutto, a farlo ogni giorno, senza perdersi nessun pezzo dei suoi pronunciamenti, come è richiesto ad ogni buon cristiano che si dice fedele seguace del Magistero?

Il Papa non puoi seguirlo a tratti, peggio ancora solo quando i "suoi" temi toccano (oppure no) le tue corde.

Il Papa lo devi leggere, studiare, seguire tutti i giorni, su tutti i temi, altrimenti lascerai a qualcun altro il "potere" di presentarti il suo sosia.
Ma la responsabilità sarà solamente tua. E io ti avevo avvisato




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