"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

lunedì 31 dicembre 2018

L'opposizione a Papa Francesco e il compito di prendersene cura: il mio auspicio per il 2019


Il #2018, negli ambienti strettamente ecclesiali (una piccola “bolla”, per intenderci), sarà anche ricordato per una più esplicita e battagliera opposizione a #PapaFrancesco da parte di un gruppo trasversale di fedeli cattolici, dagli Stati Uniti all’Europa.

Possiamo dire che nell’anno che si chiude sono diventate più manifeste alcune “indisposizioni” vissute da queste persone, che a conti fatti non sarebbero neppure tante, ma – almeno ad intra – fanno abbastanza rumore, costringendo quasi tutti a dibattere su aspetti di lana caprina mentre fuori c’è gente che aspetta l’annuncio. Tutto ciò in controtendenza, infatti, con le esortazioni del Papa, che resta la vera guida universale della Chiesa.

Di fronte a questa situazione, e dopo averci riflettuto abbastanza, mi viene da suggerire 3 cose:

* le “esternazioni” – alcune strillate, altre goliardiche, alcune altre sincere – di queste persone andrebbero prese sul serio, perché anche nella migliore delle ipotesi (gente onesta che soffre interiormente e fa fatica ad “adattarsi” a cosa chiede lo Spirito Santo per l’epoca odierna, appunto) rappresentano comunque un danno all’unità della Chiesa, anche se “fuori” di essa nessuno si pone il problema;

* qualcuno (e qui penso a persone carismatiche, integerrime, con visione e profondamente unite alla Chiesa) si dovrebbe occupare del malessere di questi “oppositori” e cercare di capirne insieme a loro l’origine – in molti casi scontata, come da essi stessi esternata: le “inspiegabili” dimissioni di Benedetto XVI – e da lì partire per avvicinarli all’immagine di Pontefice – e dunque della Chiesa di questa epoca – attinente alla realtà più che alle ipotesi;

* la biografia pubblica della maggior parte delle persone che si dicono oggi “confuse”, o che esternano questo malessere a loro dire generalizzato all’interno della Chiesa – salvo poi confermarlo solo tra la loro specifica cerchia e attraverso di essa, in modo particolare attraverso i social media –, attesta che in una determinata epoca della vita si sono riavvicinate alla fede; sarebbe un vero peccato lasciarle sole proprio nel momento in cui forse stanno nuovamente soffrendo un allontanamento.

Capisco che molti nella Chiesa e nei suoi vertici lasciano correre perché notano che in alcune circostanze ed esternazioni c’è davvero malafede e si celano interessi secondari – finanziari e anche politici – eppure poiché tutti siamo un “corpo”, se non ci si prende cura delle “ferite” i fattori di rischio aumentano. E finiamo tutti vittime.

Concludo con una considerazione di fondo: quanti conoscono da vicino la “vita di palazzo” del Vaticano sanno benissimo che ogni Pontefice si è scelto i collaboratori che ha ritenuto opportuno – e non potrebbe essere altrimenti –, e a sua volta si è fidato di alcuni particolari collaboratori per sceglierne di altri. Non può essere quindi questo un motivo di scandalo per alcuni che in altre epoche erano nelle cerchie dei collaboratori, o comunque vicini al Papa, e oggi si “rattristano” se non sono più loro a far parte della “famiglia”. La fede non si misura con gli incarichi.

Il mio auspicio per il 2019 - auguri! - è dunque quello di poter registrare passi di avvicinamento da entrambe le parti, nel mentre continua la missione della Chiesa ad extra.

Giovanni Tridente

mercoledì 5 dicembre 2018

Diventare vaticanista. Informazione religiosa ai tempi del web


Informare sulla Chiesa cattolica richiede delle peculiarità che vanno al di là delle procedure classiche del “semplice” giornalismo: la sua proiezione sociale è vincolata in maniera inseparabile alla sua indole spirituale, e comprendere ciò è il primo passo per un racconto giornalistico fedele alle ragioni e all’identità dell’Istituzione.

Tale premessa apre la strada a diverse altre specificità da conoscere e approfondire, a partire dalla dinamica che caratterizza la “produzione” di informazione da parte della Chiesa stessa, legata al mandato originario del suo fondatore, ai principi che la animano e alla struttura gerarchica che la caratterizza. 

Compreso ciò si può passare a esaminare i canali da cui attingere il materiale da elaborare (fonti, documentazione), anch’esso molto specifico, senza tralasciare anche in questo caso l’aspetto formativo e di crescita professionale. 

Un buon supporto di comunicazione istituzionale permetterà poi di fare la differenza.
* * *

Dalla Prefazione di Luigi Accattoli

Sono vaticanista da più di quarant’anni: i primi sei a La Repubblica e il resto al Corriere della Sera. Ho incontrato gente importante dentro i giornali, in Vaticano e per il mondo. Mi sono tenuto aggiornato, ho viaggiato, con lo stipendio ho mantenuto i cinque figli e con questi vantaggi credo di aver pareggiato le amarezze di un mestiere veloce fino a risultare spietato, due volte scomodo quando si applica a un soggetto alto come la Chiesa, che i media commerciali inevitabilmente portano al loro livello. Che non chiamerò basso, ma che è di mercato.

In tanti anni di vaticanismo ho anche ottenuto vantaggi indiretti, che portano il risultato oltre il pareggio. Ho appreso l’arte di cercare e narrare storie di vita, che è un modo di amare l’uomo. Ho conosciuto un’etica severa del lavoro e della cittadinanza, che nel mondo dei media viene onorata anche quando non è seguita. Ho imparato l’umiltà. Ho avvicinato tanti uomini di Dio che mi hanno aiutato a credere e a restare umano.

Non posso dunque che incoraggiare chi voglia avventurarsi in questa specializzazione giornalistica. Il libretto di Giovanni Tridente fornisce una bussola per quell’avventura. Io aggiungo qualche consiglio sul rapporto tra il laboratorio del vaticanista e la redazione generalista dei grandi media. Tra il desk ben provveduto dell’accreditato in Vaticano, dove sono testi di storia e documenti in latino, e l’open space del “settore politico”, o di “cronaca”, dove questo professionista deve “vendere” il suo “pezzo” e deve contrattare lo spazio, contenderlo alla pubblicità o alla notizia scandalistica.


In quell’ambiente chiassoso e spregiudicato il vaticanista dovrà infine resistere alla nativa vocazione della comunicazione di massa a manipolare l’immagine della Chiesa, come e più d’ogni altra immagine di umanità associata.

I media infatti tendono a deformare la notizia religiosa. La deformano sia con il registro alto o ideologico, sia con il registro basso o spettacolare. L’effetto d’insieme è di una duplice deformazione dell’immagine della Chiesa: che il primo registro tende a costringere sotto specie politica, il secondo
tende a relegare a notizia leggera.

Nel mercato dell’informazione, la notizia forte scaccia quella debole. E la notizia religiosa rischia di risultare debolissima ogni volta che si riduce a messaggio verbale, o a segnalazione di avvenimenti interni alla comunità religiosa. Essa invece può esser forte quando veicola un gesto o una storia di vita.

Non sempre il linguaggio della comunicazione ecclesiale aiuta il vaticanista nella sua lotta a difesa della notizia religiosa. Spesso infatti esso non è curato ai fini della sua comprensibilità nel più ampio contesto della vita associata a cui si rivolge la divulgazione giornalistica. Tale aspettativa – di una comprensibilità globale – non dovrebbe essere vista con sospetto dagli uomini di Chiesa: proporsi di raggiungere una comprensibilità mediatica significa avere cura che il linguaggio religioso abbia senso comune. In questo Papa Francesco offre un continuo insegnamento attraverso l’esempio.

Il vaticanista apprende presto che i gesti e i fatti possono essere più eloquenti dei discorsi: più eloquenti nella vita e nei media. Un esempio felice di “gesto” cristiano ottimamente veicolato dai media è la visita di Giovanni Paolo II ad Alì Agca nel carcere di Rebibbia, il 27 dicembre del 1983: il Papa che entra nella cella del suo attentatore e parla con lui per 21 minuti ebbe venti volte lo spazio che giornali e televisione avevano dedicato un anno prima all’enciclica “Dives in misericordia”.

Altro esempio di felice comunicazione cristiana per gesti e fatti è l’intera avventura di Madre Teresa: una donna che quasi non sapeva parlare e diceva pochissime parole, ma che è riuscita a farsi capire da tutti – e a essere ottimamente divulgata dai media – attraverso le innumerevoli invenzioni del suo genio di carità.

A rendere più eloquenti i fatti rispetto alle parole non c’è soltanto la pigrizia dei media nell’era della televisione e del digitale. A ben vedere, alla radice di questo privilegio ecclesiale dei gesti e delle storie di vita c’è il fatto che in origine il messaggio cristiano è notizia e testimonianza. Dalla preferenza istintiva dei media per i fatti può venire uno stimolo significativo alla stessa comunità ecclesiale: non è senza motivo, insomma, questa attesa del mondo – veicolata dai media – che la Chiesa non dimentichi mai di accompagnare la notizia evangelica con la testimonianza che l’accredita.

E i fatti ci sono sempre nella Chiesa: è la loro comprensione e comunicazione che è generalmente inferiore alla loro consistenza. Il vaticanista può esercitarsi a comprendere questa dinamica profonda della comunicazione testimoniale della fede attraverso lo studio della predicazione per atti e gesti di Papa Francesco. Gli undici “Venerdì della Misericordia” con cui ha scandito la celebrazione del Giubileo straordinario possono essere intesi come undici piccoli capolavori di annuncio in segni e parole.

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