"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

mercoledì 29 gennaio 2020

Riflessioni sul giornalismo: tornare a domandarsi il perché delle cose





Alla ricerca della “W” perduta

La recente memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, mi ha portato a riflettere sullo stato attuale della professione informativa. Ho messo insieme qualche piccolo spunto nel testo seguente.

Eravamo abituati a pensare che bastasse rispondere alle “5 W” per giustificare in un certo senso la nostra abilità e prerogativa esclusiva di giornalisti a raccontare un fatto, o quantomeno ad esplorare un certo tema.

Questo “armamentario” è certamente ancora valido; non a caso è stato sviluppato dai retori e filosofi dell’antichità - forse il più noto è Cicerone, integrato poi nel cristianesimo da San Tommaso - e non è affatto superato.

C’è un però, e riguarda quella che poc'anzi chiamavo “prerogativa esclusiva” dei giornalisti, che nell’epoca dell’iperconnessione e della disintermediazione è stata progressivamente e significativamente ridimensionata, per non dire quasi del tutto annullata.

Mi spiego: oggi chiunque - attraverso i social, ad esempio - può comunicare a un pubblico potenzialmente universale il racconto di un accaduto seguendo per sommi capi questo famoso criterio delle “5 W”. Difatti lo fa. Addirittura correda il suo racconto con una prova visiva (l’istantanea che scatta trovandosi sul posto).

Ogni cittadino, dunque, è oggi un potenziale giornalista abilitato mediante il suo smartphone: mentre è testimone di un fatto, in pochi caratteri – 280? – ne trasmette il contenuto essenziale ad un pubblico più vasto, raccontando principalmente il “chi” è stato (who), il “cosa” è successo (what), “quando” è accaduto (when) e “dove” è avvenuto (where).

Se facciamo attenzione, in questo nostro esempio manca una “w”, ed è il “why”.

Ossia, perché (è accaduto)? È questo, secondo noi, l’anello mancante che oggi permette ad un giornalista di poter essere pienamente tale: rintracciare questa “w” perduta nei racconti dell’istantaneità a cui siamo vorticosamente esposti. Ed è in questa riscoperta che oggi la professione giornalistica è chiamata a fare la differenza, sia per distinguersi da ciò che può fare chiunque – e non è detto che sia un limite dei nostri tempi, assolutamente – sia per portare davvero quel valore aggiunto che, oltre a dare completezza e a corroborare il diritto di cronaca dei cittadini, manifesta l’utilità e la necessità di una simile professione.

Qui iniziano però i problemi, che in fondo neppure interessano al singolo “cittadino improvvisato giornalista” (CIG) che fa un tweet - da con confondere con il “cittadino informato quanto basta” (CIQB) per la cui fenomenologia si rimanda al filosofo Bruno Mastroianni -, dato che lui rispetta solo due aspetti del nostro sistema bulimico informativo, che in questo caso lo rendono adeguatamente soddisfatto del proprio operato: la velocità e l’immediatezza.

Ma come è facile intuire, manca la fase di “fermentazione”, di consapevole e lento approfondimento che il giornalismo - e ancora di più il giornalismo odierno - è chiamato a fare nella società. Questa fase si regge su tre gambe, le stesse su cui si regge la nostra “w” perduta se la capovolgiamo graficamente.

Perché è accaduto? 

La prima gamba di questo “perché” informativo è il “perché è accaduto”. Rispondere a ciò richiede tempo, sudore, un lavoro sul campo che deve andare oltre l’immediatezza e l’istantaneità dell’avvenimento, richiede scavo, approfondimento, che porta a consumare le suola delle scarpe come si diceva un tempo… Perché è accaduto? E da qui provare a contestualizzare, cercare di capire, riconoscere le intenzioni, gli scopi, approfondire le dinamiche, verificare.

Perché me ne occupo?

La seconda gamba di questa “w” tripartita, che viaggia insieme alle altre due e tutte sono interconnesse, è rispondere al “perché me ne occupo”. Cioè, con quale attitudine, con quali capacità, con quali sentimenti io mi pongo di fronte al fatto per raccontarlo e approfondirlo? Rispondendo a queste domande troviamo anche la strada per giungere adeguatamente al “perché è accaduto”.

Perché deve essere diffuso?

Infine, la terza gamba: perché questo che è accaduto, e del quale ho deciso di occuparmene per tali ragioni, dopo aver scandagliato il contesto in cui è avvenuto deve essere diffuso? Quale valore aggiunto comunico in questo modo alla società, alla comunità, ai miei lettori? Perché questa cosa deve essere conosciuta?

Ecco quindi dispiegato il percorso alla ricerca della “w” perduta, che va necessariamente ritrovata e valorizzata.

Perduta poiché nell’era ipertecnologica è sempre messa da parte, nonostante risponda a una domanda insita in ciascuno di noi (il perché delle cose), che tra l’altro nel venire elusa ci dispera. Da ritrovare perché è l’unico modo per dimostrare ancora una volta che del giornalismo, e del giornalismo ben fatto c’è assoluta necessità.

Ma tutto dipende da noi, non dai sistemi, dalle oligarchie, dalla tecnologia, pena l’estinzione sulla falsariga di quanto capitato con l’omino che raccoglieva i birilli al bowling, come ha sintetizzato in una efficace immagine il sociologo Massimiliano Padula.

domenica 26 gennaio 2020

Messaggio per le Comunicazioni del 2020: "Abbiamo bisogno di dare spazio al bene"


Il Messaggio di #PapaFrancesco per la 54ª Giornata mondiale delle #comunicazioni sociali in 12 #frasi + una #preghiera finale

1. Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita.

2. L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

3. Quante storie ci narcotizzano... Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo.

4. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

5. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

6. Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui.

7. Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

8. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita. Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

9. La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale... Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra.

10. Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo.

11. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

12. Nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.


Preghiera finale

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.


24 gennaio 2020

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